La Valle Dei Re di Gardaland, quando c’era la magia

Un vortice di luce verde abbagliante, una membrana accecante che sembra quasi di percepire sulla pelle quando la si attraversa. È un portale per raggiungere altre dimensioni, un altro tempo, dal sogno alla realtà e viceversa e oggi lo oltrepassiamo per tornare alla Valle Dei Re, nella casa italiana del faraone Ramses.

Tra il 1986 e l’87 i fratelli Valerio e Claudio Mazzoli, progettarono la prima grande dark ride italiana, ispirati dalle attrazioni Disney dei parchi americani. La loro esperienza infatti, era maturata lavorando come imagineers nello sviluppo dei parchi di Topolino. In quegli anni però, la maggior parte degli italiani non conosceva Disneyland e il modello di parco a tema era rappresentato dal fiorente Gardaland.

Era arrivato il momento per il parco italiano, di creare un’attrazione nuova, qualcosa di mai visto in Italia e che potesse rimanere nei ricordi delle persone per generazioni. È in questo memento che prende forma il parco che conosciamo.

Nel 1988 apre al pubblico La Valle Dei Re, un’esperienza inedita che Gardaland ha avuto il coraggio di offrire al nostro paese, investendo moltissimo capitale. Scelta che si rivelerà lungimirante, in quanto sarà questa nuova attrazione ad attrarre milioni di visitatori al parco, negli anni avvenire.

Sicuramente non era perfetta, ma all’epoca pochi potevano fare dei paragoni e poi la voglia di avventura nascondeva agli occhi ciò che non andava visto. Per molti era il meglio che potesse esistere, un perla che solo lì si poteva trovare.

Si arrivava a piedi da un largo viale, fiancheggiato da grandi aiuole perfettamente curate. In lontananza una grande piazza (a Gardaland il clima cambia in pochi metri), con al centro un isola di sabbia e alte palme dai dissetanti frutti; un miraggio? Poi il tempio di Abu Simbel, esattamente come quello in foto sulla grande enciclopedia della mamma. Non è una facciata di cartone, è solido, si può toccare e ha il colore del granito. In mezzo tra le grandi statue sedute, il portale d’ingesso, un pertugio oscuro nella grande montagna che ci invita ad entrare.

Le meraviglie quindi non sono solo all’interno, le imponenti sculture sono qualcosa di unico, niente polistirolo o vetroresina. La facciata del tempio è costituita da blocchi di cemento, formati con dei grandi stampi, poi scolpiti e rifiniti a mano da esperti scultori. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Valerio Mazzoli, il cemento venne mescolato con sabbia proveniente dall’Africa, per donare un colore verosimile e inalterabile nel tempo.

Varcata la soglia si vestiva subito panni di un curioso ma cauto tombarolo. Ricordo ancora una delle prime volte che entrai. Avrò avuto 7 o 8 anni e tenevo ben saldo il mio affezionato cappellino a rete con frontino. Nelle pareti buie, che ai miei occhi erano alte almeno il doppio rispetto a ora, un laser proiettava l’animazione di un volto egizio, forse un faraone. Ero affascinato dai laser che per me erano una tecnologia misteriosa e inavvicinabile. Ad un certo punto nella contorta fila d’attesa, scorgevo in lontananza una gigantesca testa di statua, una sorta di sfinge che affiorava dalle sabbie del deserto. Il buio era inquietante e stavo ben attento a dove mettere i piedi, quando ad un certo punto, una forza misteriosa strappò via il mio cappello! Una scossa attraversò il mio esile corpicino (ma non ero stato folgorato da un cavo scoperto). Invece, dietro di me attendeva paziente mio zio, con in braccio la mia simpatica e giocosa cuginetta, un braccio attorno al collo del papà e con l’altro sventolava felice il mio cappello! Qualche risata, solo io potevo cascarci?! Per qualche istante ho davvero creduto che il faraone se la fosse presa proprio con me.

Poi finalmente si saliva a bordo dei vagoni e iniziava il viaggio alla scoperta dei tesori nascosti. Si entrava così in un film dove gli attori erano 75 figure “animatroniche” che parlavano e si muovevano, anche se a volte un po a scatti e altre con movimenti appena abbozzati. Queste figure audio-pneumo-troniche, così le battezzarono, erano già all’epoca tecnologicamente obsolete, infatti per non sforare il budget, si dovette optare per una tecnologia più economica rispetto a quella utilizzata dalla Disney. Nei parchi americani  i famosi animatronici si muovevano grazie a pistoni oleodinamici, dai movimenti delicati e precisi, mentre a Gardaland i pistoni erano pneumatici. Quest’ultimi impiegavano aria compressa al posto dell’olio, ed erano meno precisi ma più facili da mantenere, perché in caso di rottura non sporcavano di olio costumi e scenografie.

La sala più bella era per me quella del tesoro. C’era sullo sfondo una grande statua egizia simile al Dio Khnum, con lunge corna caprine che si reggevano parallele alle spalle. Ai suoi piedi il tesoro composto da una moltitudine di oggetti preziosi, d’oro e di gemme, ammassati nel pavimento quasi a formare una collina. Pareva che la statua si accorgesse di noi intrusi e fosse pronta ad attivare i meccanismi più atroci. Le luci cambiavano colore e ad un certo punto un raggio (laser) fuoriusciva dal capo della grande figura, da una specie di rubino dal quale prendeva anche il colore. Il raggio veniva riflesso poi da alcuni piccoli specchi alle nostre spalle e sembrava ingabbiarci nel suo reticolo. Si aveva la sensazione di dover fuggire!

La scena del sacrificio non era meno affascinante, anzi questa era la sala con il maggior numero di personaggi. Qui i membri di una setta segreta professante il culto degli antichi egizi, erano intenti a punire i profanatori. L’affronto agli antichi Dei doveva essere ripagato con il sangue e per l’occasione, la scelta era ricaduta su una giovane fanciulla. Il sacrificio sarebbe stato compiuto in una vasca di lava fusa, che colava senza fine da una grande statua di basalto nera come la notte. Ignoto è il destino della povera anima, la nostra vettura girava sempre l’angolo poco prima che il terribile atto venisse compiuto.

Per regolare tutti gli effetti luce e i movimenti dei personaggi ci voleva una regia che agisse automaticamente e i faraoni di Gardaland ne avevano una modernissima. Scontato oggi pensare ai computer, ma al all’epoca non lo era affatto. All’interno della struttura c’era una sala nascosta, battezzata “Ramsete I” e contente gli apparati elettronici che gestivano il tutto. Per comprendere quanto fosse un’evoluzione per l’epoca, basta fare un paragone con un altro parco europeo, perché in quegli stessi anni a Efteling in Olanda, si costruiva “Fata Morgana”. L’attrazione era una dark ride ambientata in un magico oriente, che gli ospiti esploravano a bordo di barche molto simili a quelle de “I Corsari”. Tale realizzazione non era sicuramente meno rilevante della “Valle Dei Re”, tuttavia non vedeva impiegata alcuna moderna centrale computerizzata. Sotto ai vari personaggi c’era un sistema chiamato “disk cam” che, molto sinteticamente, produceva i vari movimenti dei robot grazie alla rotazione di una serie di dischi in legno!

La nostra Valle dei Re, se negli anni fosse stata mantenuta (e manutentata), sarebbe ancor’oggi un’attrazione importante. C’erano scene iconiche che con le tecnologie moderne avrebbero impressionato ancora di più.

Per rivivere questa avventura possiamo solo riattraversare con la fantasia quel tunnel di luce verde, simbolo di un passato ambizioso e indimenticabile. Chissà che prima o poi non ci conduca a una nuova grande avventura.

By Carlo Bortolami

Mi piacciono le storie e i luoghi dove esse si nascondono.